Lo spettacolo è l’esito ultimo del progetto sperimentale interdipartimentale e interfacoltà “Palcoscenico in Sapienza”, diretto da Sonia Bellavia (Dptm di Lettere e Culture moderne; Facoltà di Lettere e Filosofia) e da Paola Bertolone (Dptm di Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura; Facoltà di Architettura).
Lo spettacolo, a partire dalla rivisitazione di testo e musiche, è stato realizzato interamente dagli studenti e dalle studentesse (27), sotto la guida di Francesco Bianchi (regia e drammaturgia), Francesca Gatto (acting coach), Samuele Briatore (costumi) e Fabio Massimo Iaquone (scene: supervisione video).
Mahagonny da Brecht
Overview
“Rileggere Brecht, riascoltare Weill: Mahagonny nel settantesimo dalla scomparsa di Brecht”.
Mahagonny da Brecht, regia di Francesco Bianchi, è il secondo spettacolo allestito dal progetto teatrale sperimentale interdipartimentale e interfacoltà “Palcoscenico in Sapienza” (dopo Solo un tocco di colore), organizzato e curato da Sonia Bellavia e Paola Bertolone. Vi hanno preso parte 27 studenti di Sapienza Università di Roma.
Gli studenti di Letteratura Musica Spettacolo e del corso di laurea magistrale in Musicologia (Dipartimento di Lettere e Culture Moderne; Facoltà di Lettere), quelli di Design (Dipartimento di Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura; Facoltà di Architettura) e di Scienze della Moda e del Costume (Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni, Arte, Spettacolo; Facoltà di Lettere) hanno lavorato a tutte le fasi dell’allestimento, in relazione alle specifiche competenze del proprio indirizzo di studi.
La rielaborazione del testo originale (Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny / Ascesa e Caduta della Città di Mahagonny), la stesura del copione, la recitazione e la scelta delle musiche sono stati condotti sotto la guida del regista-drammaturgo Francesco Bianchi e della acting coach Francesca Gatto, l’ideazione dei costumi sotto la guida di Samuele Briatore, la realizzazione dei video con uso di video mapping sotto la guida di Fabio Massimo Iaquone.
MAHAGONNY DA BRECHT è parte del Programma “30 anni di Design alla Sapienza”
Rappresentata la prima volta al Neues Theater di Lipsia nel 1930, Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (Ascesa e Caduta della Città di Mahagonny) è un’opera in musica in 3 atti e 21 scene, nata dalla collaborazione fra il drammaturgo Bertolt Brecht (1898-1956) e il compositore Kurt Weill (1900-1950). Un sodalizio artistico che aveva già dato vita alla celebre Dreigroschenoper (L’Opera da tre soldi), eseguita per la prima volta a Berlino nel 1928.
A Mahagonny, grazie al denaro, tutto è permesso. Nella città fondata dai lestofanti in mezzo al deserto (deserto di valori, di etica e morale) impera il vizio, in tutte le sue forme. Luccicante come il paese dei balocchi, Mahagonny attira a sé chi cerca la vita facile, per trovarsi poi perduto in un luogo da incubo, assistendo infine alla sua e alla propria inesorabile disfatta.
Gli abitanti di Mahagonny non possono finire all’inferno, perché all’inferno ci sono già: è la voce profetica di Brecht, che dal crollo della Repubblica di Weimar risuona fino ai nostri giorni.
Note di regia di Francesco Bianchi
Prendendo in prestito un celebre testo teorico di Samuel Beckett, “l’equazione brechtiana non è mai semplice”. E qui è il caso di dire che uno dei primi testi di quello che è senza dubbio il più importante autore politico del teatro novecentesco richiede un’attenzione e una cura fuori dall’ordinario. Così abbiamo affrontato Ascesa e Caduta della Città di Mahagonny: come un’allegoria grottesca di tutte le malattie dell’Occidente, che però non risparmia colpi di scena degni delle grandi tragicommedie. E i personaggi? E i temi? Lavorando prima alla drammaturgia, che è stata ridiscussa e a volte ‘modernizzata’, e poi alla messa in scena, ci siamo resi conto che in questo strano far west dell’anima gli impulsi dei personaggi e la sensazione che trasborda verso il pubblico sono come rette parallele che cercano invano di incontrarsi, di essere importanti per le loro compagne, di modificare il percorso di una ruota che non smette mai di muoversi e schiacciare tutto quello che incontra. Il materialismo, il consumismo, la strumentalizzazione del corpo e del sesso, una mancanza totale di empatia portano a una ricchezza interpretativa che sembra sanguinare dalle crepe di uno sgangherato circo-casinò, dai liquami di un carrozzone fatto di esseri umani consumati dalla loro avidità. E neanche la strenua, disperata e dittatoriale lotta del protagonista Paul per darsi l’illusione che questo sia un posto migliore di quello del passato riesce a levigare la superficie ruvida di un mondo regolato solo dal profitto e da una leggerezza straniante che sa di oblio. Mahagonny, o “mogano” come il colore delle uniformi militari della Germania nazista, è quindi una mefistofelica proiezione di quello che potrebbe essere, con l’illusione del meglio e il terrore del peggio. Tutto questo è contemporaneamente teatro e analisi politica, rottura con la tradizione e rappresentazione sacra.
Fabio Massimo Iaquone.
Visioni in Movimento: Mahagonny tra Didattica e Sperimentazione
Presentare un’opera come Mahagonny sul palco del Nuovo Teatro Ateneo significa restituire il senso profondo di un percorso di ricerca che ha visto protagonisti gli studenti in una sfida creativa e tecnologica complessa. Il lavoro visivo che accompagna lo spettacolo è il risultato di un processo didattico stratificato, che ha trasformato l’aula in un vero e proprio laboratorio di produzione. Il percorso non si è limitato alla semplice esecuzione tecnica, ma è partito da una riflessione teorica sulla concezione creativa in stretto dialogo con l’idea registica e l’impianto scenico. Gli studenti sono stati guidati attraverso le fasi cruciali della progettazione visiva:
· L’analisi drammaturgica: Comprendere il cuore dell’opera per tradurlo in immagini.
· L’architettura visiva: Definire uno stile coerente e una struttura che dialogasse con lo spazio teatrale.
· La scelta tecnologica: Individuare i software e i linguaggi digitali più idonei a supportare la narrazione.
L’aspetto più significativo di questa operazione risiede nella libertà interpretativa. Non ci siamo limitati a assecondare la logica didascalica dell’opera; al contrario, gli studenti hanno rielaborato i contenuti secondo la propria sensibilità e visione. Questo ha permesso di generare un linguaggio visivo di ricerca, nato dal confronto costante e dalla volontà di esplorare territori estetici nuovi.
È motivo di orgoglio osservare come l’esperienza sia stata totale: molti degli studenti sono partiti da una fase di “non conoscenza” per arrivare alla realizzazione di un progetto di alta complessità. Hanno attraversato ogni fase, dalle prime intuizioni creative alla gestione dei flussi tecnologici necessari per la messa in scena finale. Assistere oggi a questo spettacolo significa partecipare alla fase conclusiva di un’esperienza umana e professionale che celebra il connubio tra formazione universitaria e linguaggi dell’innovazione contemporanea.


