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Convegno internazionale “Animal Performance Studies: la scena del non umano in una cornice antropologica e filosofica”, DAMSLab/La Soffitta, Università di Bologna, 7-8 maggio 2021

Due giornate di studio all’insegna dall’urgenza ecologica del nostro presente, una estrema vulnerabilità condivisa da umani e non umani.

Giornate di studio a cura di: Laura Budriesi

DAMSLab – Auditorium (prenotazione obbligatoria) + Diretta streaming sulle pagine Facebook di DAMSLab/La Soffitta e dei Corsi di Studio del DAR

Prenotazione obbligatoria per partecipare all’evento in presenza, nel rispetto delle norme di sicurezza anti-covid.

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Le giornate di studio “Animal Performance Studies: la scena del non umano in una cornice antropologica e filosofica” nascono dall’urgenza ecologica del nostro presente, una estrema vulnerabilità, condivisa da umani e non umani, la pandemia globale sullo sfondo della crisi climatica e della sesta grande estinzione. 

L’immagine che proponiamo per rappresentarla simbolicamente è il dipinto di Tiziana Pers Pipistrelli bruciati per prevenire il diffondersi di nuove pandemie. Indonesia marzo 2020, realizzata in dialogo con il modello della cancellata per le Fosse Ardeatine di Mirko Basaldella.

La prospettiva scelta per questo simposio è quella di indagare metodologie, quadri teoretici e pratiche che colleghino le arti, nella loro dimensione performativa, all’animalità, nella profonda convinzione che gli “altri animali” pongano domande ontologiche, epistemologiche ed etiche che vanno alla radice non solo di ciò che pensiamo ma anche di chi siamo.

I “Critical Animal Studies” abbracciano un vasto territorio culturale che collega la riflessione teorica alle pratiche assumendo la questione e la condizione animale come prioritaria e posizionandosi in dimensione di assoluta interdisciplinarietà o di “indisciplinarietà” e in un’ottica liberazionista. Da alcuni decenni anche nelle discipline umanistiche si assiste a un animal turn ovvero i Cultural Studies hanno rivolto lo sguardo a un’altra vitale dimensione della marginalità come già accaduto con Women’s Studies, i Queer Studies e i Disability Studies. Già nel 2007 l’attivista e docente Steve Best si augurava che la dimensione accademica non depotenziasse l’antispecismo, la spinta politica che mira ad abbattere l’ideologia e le pratiche del dominio sulle altre specie, dalla dimensione dell’azione per contrastare il dominio dell’umano nelle sue varie forme e istituzioni. La forza critico-sistemica del “punto di vista degli animali” può fornire una comprensione critica vitale e straordinaria sulle origini della guerra, della schiavitù, della dominazione gerarchica e su un vasto spettro di crisi psicologiche, morali, sociali ed ecologiche.

In questo quadro studi e pratiche della teatrologia come dei Performance Studies si uniscono ad altre discipline nell’esprimere l’animal turn del pensiero contemporaneo, mentre le energie animali liberate possono riconfigurare i generi e l’estetica che hanno prodotto il “teatro antropocentrico” che abbiamo conosciuto nel tempo, quello che esclude rigorosamente il vivente non umano dalla propria pratica (se non includendolo strumentalmente, e non come soggetto significante) come dalla propria analisi.

La stessa pratica performativa diviene veicolo per esplorare modalità relazionali inedite tra specie diverse per una ridefinizione di linguaggio che inglobi l’embodied communication, nonché per esplorare la soggettività di uomini e animali e come queste due categorie continuino a ridefinirsi l’una nell’altra, in quella branca di pratiche e teorie che possiamo denominare Animal Performance Studies, sulla scia di Una Chaudhuri, Alan Reed, Laura Cull, Lourdes Orozco, Teresa Grant e altr*.

In ambito antropologico e filosofico da almeno due decenni si assiste a una decostruzione delle modalità attraverso cui sono stati configurati una serie di dualismi di ordine teorico concettuale: natura-cultura, mente-corpo, uomo-animale. L’approccio filosofico trasversale delle filosofie posthuman e della zooantropologia mettono in discussione lo statuto egemonico e autoreferenziale dell’Uomo considerando invece l’ibridazione con alterità non umane. Nella focale postumanistica l’ibrido, il mutante, il difforme hanno perduto quelle connotazioni negative o di contrasto con i predicati umani perché, come giustamente rilevato da Donna Haraway, è proprio sul confine che l’umanità si rivela. Una ricerca “situata” nei nuovi territori del meticciamento umano-animale è in grado di mettere sotto scacco quelle dicotomie disgiuntive che erano fondamento del pensiero umanistico e il teriomorfismo non sarà quindi più indicativo di regressione, involuzione, perdita, bensì di antropopoiesi ossia di produzione attiva di cultura.

Recentemente Rosi Braidotti ha scritto: «il potere delle formazioni virali si è manifestato nella pandemia, sottolineando l’agire di forze non umane e l’importanza complessiva di Gaia come pianeta vivente e simbiotico. Ma allo stesso tempo una rivolta globale di nuovo endemica – e in effetti virale – è esplosa anche in questo fatidico giugno 2020, guidata dal movimento “Black Lives Matter”. Mentre queste crisi multiple si sviluppano, la politica degli altri sessualizzati, razzializzati e naturalizzati si sta spostando al centro della scena, spingendo il vecchio Anthropos fuori centro». Le riflessioni di queste giornate nascono nella speranza che questa condizione di crisi planetaria possa suggerire modi diversi di prendersi cura, un’etica relazionale più trasversale che includa i non umani. Del resto le distinzioni binarie tra natura e cultura, umani e non, centrali nel pensiero europeo sin dall’Illuminismo, non sono universalmente valide, molte culture sulla terra non adottano tale partizione. Questa è la forza delle intuizioni e delle comprensioni che possono essere apprese dalle epistemologie e dalle cosmologie indigene, dal pensiero postcoloniale e dai saperi non occidentali. Molti di queste culture rappresentano un continuum “multinaturale” che include umani come altre specie. Quando si tratta di rapporti umani / non umani è tempo di iniziare a imparare dal Sud del mondo. 

Tenendo conto dell’ottica culturale dissociata che ancora considera le tematiche animali come irrilevanti e nello stesso tempo si perde nell’accudire i pets, nel birdwatching come nel desiderio del safari o del documentario naturalistico, agli studiosi come agli artisti sono rivolte alcune domande:

  • Cosa potrebbe significare, praticare, pensare e scrivere teatro oltre l’umano?
  • Come potremmo praticare, pensare e scrivere un teatro – e fare arte – che sia in linea con il turbolento presente planetario in cui sono presenti non solo gli esseri umani e altri animali, ma anche i fiumi, gli oceani, le coste, le acque, la foresta, il ghiaccio, l’aria e l’atmosfera stessa in uno stato di crisi costante o, per dirla con i termini adorato dalla grande ecoperformer femminista Rachel Rosentahal: come può l’arte collegarci alla Big Picture?
  • In che modo le cosmologie riscontrate dagli antropologi in varie parti del mondo ridefiniscono o sconvolgono certi assetti, dati per scontati, legati alla distinzione natura/cultura?
  • Con quale aggettivo definiresti l’antispecismo che sostieni?
  • In che modo è possibile pensare un’agenda politica che si trasformi in prassi di liberazione?
  • È possibile leggere la violenza perpetrata sugli animali senza che essa non sia prima stata concettualizzata come tale?
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